REFERENDUM SULL'ACQUA

La Lega Consumatori propone UN  SI PER IL REFERENDUM  per l’Acqua



Il Si referendario motivato con la ragione che  l’acqua non è una merce ma un bene comune che appartiene a tutti e al quale corrisponde un diritto universale e inalienabile . Come diritto naturale primario all’uso universale dei beni del Creato ,da parte di tutti gli uomini  secondo S. Tommaso, viene prima del diritto di proprietà che è diritto naturale secondario.

Nel processo di globalizzazione si sta sviluppando un movimento mondiale per in diritti universali e per in diritti umani. Essi,  riconosciuti a livello internazionale chiedono di essere applicati a livello locale, quindi nazionale.

La Lega Consumatori è parte attiva di questo movimento e invita i propri aderenti, i cittadini consumatori, le famiglie  a partecipare all’azione di tutela del diritto universale all’acqua .

1.L’impegno referendario per la Lega Consumatori si inquadra nella sua campagna permanente per “sorella acqua “ con la quale, da Movimento Educativo e Sociale, l’associazione affronta il tema nella sua dimensione locale e nella sua dimensione planetaria : Nella sua dimensione locale il bene acqua lo vogliamo affrontare con l’esercizio di un impegno civico di controllo e di proposta democratica  e partecipata promosso tramite una cittadinanza attiva, in un confronto serrato con le istituzioni . Fa parte dell’impegno locale che proponiamo la scelta di uno stile di vita sobrio e solidale. L’acqua è un bene prezioso e la sua accessibilità è limitata; dobbiamo quindi imparare ad usarla con sobrietà e senza spreco. Tante sono le pratiche possibili: scegliere la doccia al posto del bagno, non lasciar il rubinetto aperto quando ci laviamo i denti o facciamo la barba. O ancora evitare le perdite, mettere sui rubinetti i riduttori di flusso che fanno risparmiare acqua miscelandola con l’aria.

2.Occorre attenzione anche nella scelta dei prodotti che mangiamo e che indossiamo, preferendo quelli che richiedono meno acqua per la produzione. Teniamo presente, ad esempio, che la produzione di carne esige molta acqua (un chilo di carne bovina comporta in media l’uso di 5.500 litri, mentre un chilo di carne di pollo ne richiede 3.900 litri) e che ci vogliono 10.000 litri d’acqua per produrre un paio di jeans e 2 mila per una maglietta di cotone.

3.È importante privilegiare l’uso dell’acqua del rubinetto, che è buona, controllata, comoda e costa poco. Il suo impatto ambientale è limitato anche perché non richiede né involucri in plastica, né trasporti inquinanti. In quelle situazioni in cui è assolutamente necessario l’uso dell’acqua minerale, andranno almeno preferite acque a chilometri zero (imbottigliate vicino a casa); si cercherà poi di acquistare confezioni grandi e/o in vetro per ridurre la produzione di rifiuti. E via di questo passo.

Nella sua dimensione globale la questione idrica ha una rilevanza strategica. Il diritto all’acqua promana dal diritto primario alla vita . Esso fa capo ad un impegno pubblico non delegabile. Le  politiche di approvvigionamento e distribuzione dell’acqua ispirate a «un criterio esclusivamente economico e privatistico», si sono già rivelate fallimentari . Paesi come la Colombia, le Filippine, il Ghana, le cui capitali sono sprovviste di un’adeguata rete idrica pubblica, il costo dell’acqua, fornita da privati con autobotti, è da tre a sei volte superiore a quello di metropoli come New York e Londra e si i giunge al paradosso che i poveri pagano molto più dei ricchi per quello che dovrebbe essere un diritto universale: l’accesso ad acque potabili».

La Lega Consumatori con la sua campagna permanente “sorella acqua “ vuole contribuire concretamente a prevenire un possibile futuro nel quale , dopo le guerre per il petrolio che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, si rischi di assistere a nuove guerre per l’acqua.  L’impegno è per oggi , lo stato di salute idrico del pianeta risulta già allarmante. Le cifre fornite dal segretario di Giustizia e Pace sono eloquenti nella loro drammaticità. Un miliardo di persone non ha accesso ad acque potabili sicure. A causa dei cambiamenti climatici, a questo numero potrebbero aggiungersi entro il 2050 altri 2 miliardi e 800 milioni di individui. Secondo le previsioni, dal 5 al 25 per cento degli usi globali di acqua dolce probabilmente supererà nel lungo termine le forniture disponibili e perciò circa la metà della popolazione mondiale entro il 2025 sarà destinata a dover fronteggiare le conseguenze della scarsità di acqua.

Le ripercussioni di questa situazione sono evidenti soprattutto nei Paesi più poveri. Secondo il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente The greening of water law: managing freshwater resources for people and the environment (New York, 2010), circa 2,5 miliardi di persone nel mondo — quasi la metà della popolazione in via di sviluppo — vivono in condizioni sanitarie precarie. A causa di ciò, ogni anno circa 1,8 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per malattie diarroiche  attribuibili all'assenza di acqua potabile, oltre che dei servizi sanitari di base. In realtà  i poveri soffrono spesso non tanto per la scarsità di acqua in sé, quanto «per l’impossibilità di acquistarla ,  come mette in luce anche il rapporto del 2006 del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) intitolato Beyond scarcity: Power, poverty and the global water crisis.

La Lega Consumatori invita a votare si per il Referendum sull’acqua anche per contrastare l’impostazione neoliberista che è sottesa alla politica italiana .  infatti, «l’acqua sarebbe un bene economico come altri, il cui valore di scambio o prezzo dovrebbe essere fissato secondo le comuni regole della domanda e dell’offerta, e in definitiva secondo la logica del profitto». Una teoria in base alla quale «il costo di tutto ciò che si usa deve essere a carico del consumatore, di colui che trae utilità dall'uso». Ma è chiaro che in questa prospettiva persino i più poveri dovrebbero “pagare” per l'accesso ai cinquanta litri di acqua potabile considerati dall'Organizzazione mondiale della sanità la quantità giornaliera minima indispensabile per la sussistenza». Delegare la gestione dell’acqua ai privati vuol dire contribuire alla realizzazione di un piano strategico delle multinazionali, già pronto,  per assoggettare il diritto universale dell’acqua alla legge del profitto  con ricadute negative e ingiuste da noi localmente e ricadute drammatiche nei paesi sottosviluppati e per i poveri nel mondo  Da Movimento Educativo e Sociale la nostra associazione vuole contribuire a far maturare una coscienza solidale che consideri l'alimentazione e l'accesso all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni». Lo stesso Compendio della dottrina sociale della Chiesa ricorda che «l'acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale», così da provvedere «al soddisfacimento del bisogno di tutti e soprattutto delle persone che vivono in povertà».

Il Consiglio nazionale della Lega Consumatori  approvando questo documento a sostegno del Si al referendum sull’acqua del 12-13 giugno 2011 , a testimonianza delle motivazioni in esso contenute deliberà di destinare parte delle risorse del  tesseramento di solidarietà ad un progetto per il diritto all’acqua di un paese africano in difficoltà

Milano 6 maggio 2011



Proprio a partire da queste indicazioni mons. Toso ha chiesto alla comunità mondiale un impegno nella gestione delle risorse idriche che vada al di là della semplice disponibilità alla cooperazione. A giudizio del presule, manca oggi a livello internazionale «l’affermazione preliminare dell’esistenza di un diritto fondamentale ed inalienabile all’acqua»; e sembra lontana, inoltre, «l’esistenza di una autorità politica che sappia mediare gli interessi in gioco e far rispettare il diritto nell’orizzonte del bene comune di tutti i popoli e le persone». Due carenze da colmare al più presto, anche perché il diritto all’acqua — ha ricordato — è «la base per il rispetto di diversi altri diritti fondamentali», quali il diritto a «godere di uno standard di salute migliore possibile», il diritto «a una alimentazione sufficiente e sana» e il diritto «a una vita dignitosa».


Comune

Decalogo per un ambiente a misura d’uomo nel

Compendio della dottrina sociale della Chiesa

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi,

presidente della Commissione Caritas in Veritate del CCEE

1. La Sacra Scrittura indica i criteri morali fondamentali per

affrontare la questione ambientale: la persona umana, fatta ad

immagine e somiglianza di Dio Creatore, è posta al di sopra di

tutte le altre creature terrene, che deve usare e curare in modo

responsabile per corrispondere al grande progetto divino sulla

creazione. L’Incarnazione di Gesù, Verbo divino, e la Sua

predicazione testimoniano il valore della natura: niente di

quanto esiste in questo mondo risulta estraneo al disegno

creatore e redentore divino (nn. 451-455).

2. Nell’approccio alla questione ambientale il Magistero sociale

della Chiesa sollecita a tener conto di due esigenze

fondamentali: a) non si deve ridurre utilitaristicamente la natura

a mero oggetto di manipolazione e sfruttamento; b) non si deve

assolutizzare la natura, ne sovrapporla in dignità alla stessa

persona umana (nn. 461-464).

3. La questione ambientale odierna coinvolge l’intero pianeta e

la tutela dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità intera:

si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un bene

collettivo. La responsabilità verso l’ambiente, patrimonio

comune del genere umano, si estende non solo alle esigenze

del presente, ma anche a quelle del futuro. Si tratta di una

responsabilità che le generazioni presenti hanno nei confronti di

quelle future (nn. 466-467).

4. Nell’approccio alla questione ambientale si deve far valere il

primato dell’etica sulla tecnica e, dunque, della necessità di

salvaguardare sempre la dignità dell’essere umano. Punto di

riferimento centrale per ogni applicazione scientifica e tecnica è

il rispetto dell’uomo, che deve accompagnarsi ad un doveroso

atteggiamento di rispetto nei confronti delle altre creature

viventi (nn. 456-460).

11

5. In una corretta impostazione della questione ambientale, la

natura non va considerata una realtà sacra o divina, sottratta

all’azione umana. Essa è piuttosto un dono offerto dal Creatore

alla comunità umana, affidato all’intelligenza e alla

responsabilità morale dell’uomo. Per questo egli non compie un

atto illecito quando, rispettando l’ordine, la bellezza e l’utilità dei

singoli esseri viventi e della loro funzione nell’ecosistema,

interviene modificando alcune loro caratteristiche e proprietà.

Sono deprecabili gli interventi dell’uomo quando danneggiano

gli esseri viventi o l’ambiente naturale, mentre sono lodevoli

quando si traducono in un loro miglioramento (nn. 472-480).

6. La questione ambientale evidenzia la necessità di

armonizzare le politiche dello sviluppo con le politiche

ambientali, a livello nazionale e internazionale. La

programmazione dello sviluppo economico deve considerare

attentamente la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della

natura, poiché le risorse naturali sono limitate e alcune non

sono rinnovabili. Ogni attività economica che si avvalga delle

risorse naturali deve anche preoccuparsi della salvaguardia

dell’ambiente e prevederne i costi, che sono da considerare

come una voce essenziale dei costi dell’attività economica (nn.

469-470).

7. La questione ambientale richiede che si operi attivamente

per lo sviluppo integrale e solidale delle regioni più povere del

pianeta. A questo riguardo, la dottrina sociale invita a tener

presente che i beni della terra sono stati creati da Dio per

essere sapientemente usati da tutti: tali beni vanno equamente

condivisi, secondo giustizia e carità. Nell’attuazione di uno

sviluppo integrale e solidale, il principio della destinazione

universale dei beni offre un fondamentale orientamento, morale

e culturale, per sciogliere il complesso e drammatico nodo che

lega insieme questione ambientale e povertà (nn. 481-485).

8. La questione ambientale richiede per la protezione

dell’ambiente la collaborazione internazionale, attraverso la

ratifica di accordi mondiali sanciti dal diritto internazionale. La

responsabilità verso l’ambiente deve trovare una traduzione

12

adeguata a livello giuridico. Il contenuto giuridico del diritto ad

un ambiente sano e sicuro dovrà essere elaborato secondo le

esigenze del bene comune e in una comune volontà di

introdurre anche sanzioni per coloro che inquinano (n. 468).

9. La questione ambientale sollecita un effettivo cambiamento

di mentalità che induca ad adottare nuovi stili di vita. Tali stili di

vita devono essere ispirati alla sobrietà, alla temperanza,

all’autodisciplina, sul piano personale e sociale. Bisogna uscire

dalla logica del mero consumo e promuovere forme di

produzione agricola e industriale che rispettino l’ordine della

creazione e soddisfino i bisogni primari di tutti. Un simile

atteggiamento favorisce una rinnovata consapevolezza

dell’interdipendenza che lega tra loro tutti gli abitanti della terra

(n. 486).

10. La questione ambientale richiede anche una risposta a

livello di spiritualità, ispirata dalla convinzione che il creato è un

dono, che Dio ha messo nelle mani responsabili dell’uomo,

affinché ne usi con amorevole cura. L’atteggiamento che deve

caratterizzare l’uomo di fronte al creato è essenzialmente quello

della gratitudine e della riconoscenza: il mondo, infatti, rinvia al

mistero di Dio che lo ha creato e lo sostiene. Se si mette tra

paratesi la relazione con Dio, si svuota la natura del suo

significato profondo, depauperandola. Se invece si arriva a

riscoprire la natura nella sua dimensione di creatura, si può

stabilire con essa un rapporto comunicativo, cogliere il suo

significato evocativo e simbolico, penetrare così nell’orizzonte

del mistero, che apre all’uomo il varco verso Dio, Creatore dei

cieli e della terra. Il mondo si offre allo sguardo dell’uomo come

traccia di Dio, luogo nel quale si svela la Sua potenza creatrice,

provvidente e redentrice (n. 487).

13

SE VUOI COLTIVARE LA PACE,

CUSTODISCI IL CREATO

MESSAGGIO PER LA CELEBRAZIONE DELLA XLIII

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE - 1° GENNAIO 2010

1. In occasione dell’inizio del Nuovo Anno, desidero rivolgere i

più fervidi auguri di pace a tutte le comunità cristiane, ai

responsabili delle Nazioni, agli uomini e alle donne di buona

volontà del mondo intero. Per questa XLIII Giornata Mondiale

della Pace ho scelto il tema: Se vuoi coltivare la pace,

custodisci il creato. Il rispetto del creato riveste grande

rilevanza, anche perché «la creazione è l’inizio e il fondamento

di tutte le opere di Dio» [1] e la sua salvaguardia diventa oggi

essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a

causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le

minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo

umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti

terroristici e violazioni dei diritti umani –, non meno

preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se

non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni

naturali che Dio ha elargito. Per tale motivo è indispensabile

che l’umanità rinnovi e rafforzi «quell’alleanza tra essere umano

e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di

Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino»

[2].

2. Nell’Enciclica Caritas in veritate ho posto in evidenza che lo

sviluppo umano integrale è strettamente collegato ai doveri

derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale,

considerato come un dono di Dio a tutti, il cui uso comporta una

comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo

verso i poveri e le generazioni future. Ho notato, inoltre, che

quando la natura e, in primo luogo, l’essere umano vengono

considerati semplicemente frutto del caso o del determinismo

evolutivo, rischia di attenuarsi nelle coscienze la

consapevolezza della responsabilità [3]. Ritenere, invece, il

14

creato come dono di Dio all’umanità ci aiuta a comprendere la

vocazione e il valore dell’uomo. Con il Salmista, pieni di

stupore, possiamo infatti proclamare: «Quando vedo i tuoi cieli,

opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cosa

è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te

ne curi?» (Sal 8,4-5). Contemplare la bellezza del creato è

stimolo a riconoscere l’amore del Creatore, quell’Amore che

«move il sole e l’altre stelle» [4].

3. Vent’anni or sono, il Papa Giovanni Paolo II, dedicando il

Messaggio della Giornata Mondiale della Pace al tema Pace

con Dio creatore, pace con tutto il creato, richiamava

l’attenzione sulla relazione che noi, in quanto creature di Dio,

abbiamo con l’universo che ci circonda. «Si avverte ai nostri

giorni – scriveva – la crescente consapevolezza che la pace

mondiale sia minacciata... anche dalla mancanza del dovuto

rispetto per la natura». E aggiungeva che la coscienza

ecologica «non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in

modo che si sviluppi e maturi, trovando adeguata espressione

in programmi ed iniziative concrete» [5]. Già altri miei

Predecessori avevano fatto riferimento alla relazione esistente

tra l’uomo e l’ambiente. Ad esempio, nel 1971, in occasione

dell’ottantesimo anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum di

Leone XIII, Paolo VI ebbe a sottolineare che «attraverso uno

sfruttamento sconsiderato della natura, (l’uomo) rischia di

distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta

degradazione». Ed aggiunse che in tal caso «non soltanto

l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente:

inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale;

ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più,

creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli

intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda

l’intera famiglia umana» [6].

4. Pur evitando di entrare nel merito di specifiche soluzioni

tecniche, la Chiesa, «esperta in umanità», si premura di

richiamare con forza l’attenzione sulla relazione tra il Creatore,

l’essere umano e il creato. Nel 1990, Giovanni Paolo II parlava

di «crisi ecologica» e, rilevando come questa avesse un

15

carattere prevalentemente etico, indicava l’«urgente necessità

morale di una nuova solidarietà» [7]. Questo appello si fa

ancora più pressante oggi, di fronte alle crescenti

manifestazioni di una crisi che sarebbe irresponsabile non

prendere in seria considerazione. Come rimanere indifferenti di

fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i

cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita

di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e

delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di

eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e

tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti

«profughi ambientali»: persone che, a causa del degrado

dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare – spesso insieme

ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno

spostamento forzato? Come non reagire di fronte ai conflitti già

in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse

naturali? Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto

sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla

vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo.

5. Va, tuttavia, considerato che la crisi ecologica non può

essere valutata separatamente dalle questioni ad essa

collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di

sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue relazioni con i suoi

simili e con il creato. Saggio è, pertanto, operare una revisione

profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché

riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne

le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige lo stato di salute

ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi

culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo

evidenti in ogni parte del mondo [8]. L’umanità ha bisogno di un

profondo rinnovamento culturale; ha bisogno di riscoprire quei

valori che costituiscono il solido fondamento su cui costruire un

futuro migliore per tutti. Le situazioni di crisi, che attualmente

sta attraversando – siano esse di carattere economico,

alimentare, ambientale o sociale –, sono, in fondo, anche crisi

morali collegate tra di loro. Esse obbligano a riprogettare il

comune cammino degli uomini. Obbligano, in particolare, a un

modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con

16

nuove regole e forme di impegno, puntando con fiducia e

coraggio sulle esperienze positive compiute e rigettando con

decisione quelle negative. Solo così l’attuale crisi diventa

occasione di discernimento e di nuova progettualità.

6. Non è forse vero che all’origine di quella che, in senso

cosmico, chiamiamo «natura», vi è «un disegno di amore e di

verità»? Il mondo «non è il prodotto di una qualsivoglia

necessità, di un destino cieco o del caso... Il mondo trae origine

dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le

creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà» [9].

Il Libro della Genesi, nelle sue pagine iniziali, ci riporta al

progetto sapiente del cosmo, frutto del pensiero di Dio, al cui

vertice si collocano l’uomo e la donna, creati ad immagine e

somiglianza del Creatore per «riempire la terra» e «dominarla»

come «amministratori» di Dio stesso (cfr Gen 1,28). L’armonia

tra il Creatore, l’umanità e il creato, che la Sacra Scrittura

descrive, è stata infranta dal peccato di Adamo ed Eva,

dell’uomo e della donna, che hanno bramato occupare il posto

di Dio, rifiutando di riconoscersi come sue creature. La

conseguenza è che si è distorto anche il compito di «dominare»

la terra, di «coltivarla e custodirla» e tra loro e il resto della

creazione è nato un conflitto (cfr Gen 3,17-19). L’essere umano

si è lasciato dominare dall’egoismo, perdendo il senso del

mandato di Dio, e nella relazione con il creato si è comportato

come sfruttatore, volendo esercitare su di esso un dominio

assoluto. Ma il vero significato del comando iniziale di Dio, ben

evidenziato nel Libro della Genesi, non consisteva in un

semplice conferimento di autorità, bensì piuttosto in una

chiamata alla responsabilità. Del resto, la saggezza degli

antichi riconosceva che la natura è a nostra disposizione non

come «un mucchio di rifiuti sparsi a caso» [10], mentre la

Rivelazione biblica ci ha fatto comprendere che la natura è

dono del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti

intrinseci, affinché l’uomo possa trarne gli orientamenti doverosi

per «custodirla e coltivarla» (cfr Gen 2,15) [11]. Tutto ciò che

esiste appartiene a Dio, che lo ha affidato agli uomini, ma non

perché ne dispongano arbitrariamente. E quando l’uomo,

invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio, a Dio si

17

sostituisce, finisce col provocare la ribellione della natura,

«piuttosto tiranneggiata che governata da lui» [12]. L’uomo,

quindi, ha il dovere di esercitare un governo responsabile della

creazione, custodendola e coltivandola [13].

7. Purtroppo, si deve constatare che una moltitudine di

persone, in diversi Paesi e regioni del pianeta, sperimenta

crescenti difficoltà a causa della negligenza o del rifiuto, da

parte di tanti, di esercitare un governo responsabile

sull’ambiente. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ricordato

che «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene

all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli» [14]. L’eredità del

creato appartiene, pertanto, all’intera umanità. Invece, l’attuale

ritmo di sfruttamento mette seriamente in pericolo la

disponibilità di alcune risorse naturali non solo per la

generazione presente, ma soprattutto per quelle future [15].

Non è difficile allora costatare che il degrado ambientale è

spesso il risultato della mancanza di progetti politici lungimiranti

o del perseguimento di miopi interessi economici, che si

trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato. Per

contrastare tale fenomeno, sulla base del fatto che «ogni

decisione economica ha una conseguenza di carattere morale»

[16], è anche necessario che l’attività economica rispetti

maggiormente l’ambiente. Quando ci si avvale delle risorse

naturali, occorre preoccuparsi della loro salvaguardia,

prevedendone anche i costi – in termini ambientali e sociali –,

da valutare come una voce essenziale degli stessi costi

dell’attività economica. Compete alla comunità internazionale e

ai governi nazionali dare i giusti segnali per contrastare in modo

efficace quelle modalità d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad

esso dannose. Per proteggere l’ambiente, per tutelare le risorse

e il clima occorre, da una parte, agire nel rispetto di norme ben

definite anche dal punto di vista giuridico ed economico, e,

dall’altra, tenere conto della solidarietà dovuta a quanti abitano

le regioni più povere della terra e alle future generazioni.

8. Sembra infatti urgente la conquista di una leale solidarietà

inter-generazionale. I costi derivanti dall’uso delle risorse

ambientali comuni non possono essere a carico delle

18

generazioni future: «Eredi delle generazioni passate e

beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo

degli obblighi verso tutti e non possiamo disinteressarci di

coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della

famiglia umana. La solidarietà universale, ch’è un fatto e per noi

un beneficio, è altresì un dovere. Si tratta di una responsabilità

che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle future,

una responsabilità che appartiene anche ai singoli Stati e alla

Comunità internazionale» [17]. L’uso delle risorse naturali

dovrebbe essere tale che i vantaggi immediati non comportino

conseguenze negative per gli esseri viventi, umani e non

umani, presenti e a venire; che la tutela della proprietà privata

non ostacoli la destinazione universale dei beni [18]; che

l’intervento dell’uomo non comprometta la fecondità della terra,

per il bene di oggi e per il bene di domani. Oltre ad una leale

solidarietà inter-generazionale, va ribadita l’urgente necessità

morale di una rinnovata solidarietà intra-generazionale,

specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e quelli

altamente industrializzati: «la comunità internazionale ha il

compito imprescindibile di trovare le strade istituzionali per

disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la

partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare

insieme il futuro» [19]. La crisi ecologica mostra l’urgenza di

una solidarietà che si proietti nello spazio e nel tempo. È infatti

importante riconoscere, fra le cause dell’attuale crisi ecologica,

la responsabilità storica dei Paesi industrializzati. I Paesi meno

sviluppati e, in particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia

esonerati dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché

il dovere di adottare gradualmente misure e politiche ambientali

efficaci appartiene a tutti. Ciò potrebbe realizzarsi più

facilmente se vi fossero calcoli meno interessati nell’assistenza,

nel trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie più pulite.

9. È indubbio che uno dei principali nodi da affrontare, da parte

della comunità internazionale, è quello delle risorse

energetiche, individuando strategie condivise e sostenibili per

soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di

quelle future. A tale scopo, è necessario che le società

tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire

19

comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio

fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo

utilizzo. Al tempo stesso, occorre promuovere la ricerca e

l’applicazione di energie di minore impatto ambientale e la

«ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo

che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi» [20].

La crisi ecologica, dunque, offre una storica opportunità per

elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di

sviluppo globale in una direzione più rispettosa nei confronti del

creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori

propri della carità nella verità. Auspico, pertanto, l’adozione di

un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere

umano, sulla promozione e condivisione del bene comune,

sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario

cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica

gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere

domani [21].

10. Per guidare l’umanità verso una gestione complessivamente

sostenibile dell’ambiente e delle risorse del pianeta,

l’uomo è chiamato a impiegare la sua intelligenza nel campo

della ricerca scientifica e tecnologica e nell’applicazione delle

scoperte che da questa derivano. La «nuova solidarietà», che

Giovanni Paolo II propose nel Messaggio per la Giornata

Mondiale della Pace del 1990 [22], e la «solidarietà globale»,

che io stesso ho richiamato nel Messaggio per la Giornata

Mondiale della Pace del 2009 [23], risultano essere

atteggiamenti essenziali per orientare l’impegno di tutela del

creato, attraverso un sistema di gestione delle risorse della

terra meglio coordinato a livello internazionale, soprattutto nel

momento in cui va emergendo, in maniera sempre più evidente,

la forte interrelazione che esiste tra la lotta al degrado

ambientale e la promozione dello sviluppo umano integrale. Si

tratta di una dinamica imprescindibile, in quanto «lo sviluppo

integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo

solidale dell’umanità» [24]. Tante sono oggi le opportunità

scientifiche e i potenziali percorsi innovativi, grazie ai quali è

possibile fornire soluzioni soddisfacenti ed armoniose alla

relazione tra l’uomo e l’ambiente. Ad esempio, occorre

20

incoraggiare le ricerche volte ad individuare le modalità più

efficaci per sfruttare la grande potenzialità dell’energia solare.

Altrettanta attenzione va poi rivolta alla questione ormai

planetaria dell’acqua ed al sistema idrogeologico globale, il cui

ciclo riveste una primaria importanza per la vita sulla terra e la

cui stabilità rischia di essere fortemente minacciata dai

cambiamenti climatici. Vanno altresì esplorate appropriate

strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e

sulle loro famiglie, come pure occorre approntare idonee

politiche per la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei

rifiuti, per la valorizzazione delle sinergie esistenti tra il

contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà.

Occorrono politiche nazionali ambiziose, completate da un

necessario impegno internazionale che apporterà importanti

benefici soprattutto nel medio e lungo termine. È necessario,

insomma, uscire dalla logica del mero consumo per

promuovere forme di produzione agricola e industriale

rispettose dell’ordine della creazione e soddisfacenti per i

bisogni primari di tutti. La questione ecologica non va affrontata

solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale

profila all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la

ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione mondiale,

ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune.

D’altronde, come ho già avuto modo di ricordare, «la tecnica

non è mai solo tecnica. Essa manifesta l’uomo e le sue aspirazioni

allo sviluppo; esprime la tensione dell’animo umano al

graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La

tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di «coltivare e custodire

la terra» (cf.Gen 2,15), che Dio ha affidato all’uomo, e va

orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e

ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio»

[25].

11. Appare sempre più chiaramente che il tema del degrado

ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi,

gli stili di vita e i modelli di consumo e di produzione

attualmente dominanti, spesso insostenibili dal punto di vista

sociale, ambientale e finanche economico. Si rende ormai

indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca

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tutti ad adottare nuovi stili di vita «nei quali la ricerca del vero,

del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una

crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte

dei consumi, dei risparmi e degli investimenti» [26]. Sempre più

si deve educare a costruire la pace a partire dalle scelte di

ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e

politico. Tutti siamo responsabili della protezione e della cura

del creato. Tale responsabilità non conosce frontiere. Secondo

il principio di sussidiarietà, è importante che ciascuno si

impegni al livello che gli corrisponde, operando affinché venga

superata la prevalenza degli interessi particolari. Un ruolo di

sensibilizzazione e di formazione spetta in particolare ai vari

soggetti della società civile e alle Organizzazioni nongovernative,

che si prodigano con determinazione e generosità

per la diffusione di una responsabilità ecologica, che dovrebbe

essere sempre più ancorata al rispetto dell’ «ecologia umana».

Occorre, inoltre, richiamare la responsabilità dei media in tale

ambito, proponendo modelli positivi a cui ispirarsi. Occuparsi

dell’ambiente richiede, cioè, una visione larga e globale del

mondo; uno sforzo comune e responsabile per passare da una

logica centrata sull’egoistico interesse nazionalistico ad una

visione che abbracci sempre le necessità di tutti i popoli. Non si

può rimanere indifferenti a ciò che accade intorno a noi, perché

il deterioramento di qualsiasi parte del pianeta ricadrebbe su

tutti. Le relazioni tra persone, gruppi sociali e Stati, come quelle

tra uomo e ambiente, sono chiamate ad assumere lo stile del

rispetto e della «carità nella verità». In tale ampio contesto, è

quanto mai auspicabile che trovino efficacia e corrispondenza

gli sforzi della comunità internazionale volti ad ottenere un

progressivo disarmo ed un mondo privo di armi nucleari, la cui

sola presenza minaccia la vita del pianeta e il processo di

sviluppo integrale dell’umanità presente e di quella futura.

12. La Chiesa ha una responsabilità per il creato e sente di

doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la

terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio Creatore per tutti, e, anzitutto,

per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se

stesso. Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso

alla cultura che modella la convivenza umana, per cui «quando

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l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche

l’ecologia ambientale ne trae beneficio» [27]. Non si può

domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono

aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro

della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su

quello dell’etica personale, familiare e sociale [28]. I doveri

verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona

considerata in se stessa e in relazione agli altri. Volentieri,

pertanto, incoraggio l’educazione ad una responsabilità

ecologica, che, come ho indicato nell’Enciclica Caritas in

veritate, salvaguardi un’autentica «ecologia umana» e, quindi,

affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana

in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della

persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si

educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura [29].

Occorre salvaguardare il patrimonio umano della società.

Questo patrimonio di valori ha la sua origine ed è iscritto nella

legge morale naturale, che è fondamento del rispetto della

persona umana e del creato.

13. Non va infine dimenticato il fatto, altamente indicativo, che

tanti trovano tranquillità e pace, si sentono rinnovati e rinvigoriti

quando sono a stretto contatto con la bellezza e l’armonia della

natura. Vi è pertanto una sorta di reciprocità: nel prenderci cura

del creato, noi constatiamo che Dio, tramite il creato, si prende

cura di noi. D’altra parte, una corretta concezione del rapporto

dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura

né a ritenerla più importante della stessa persona. Se il

Magistero della Chiesa esprime perplessità dinanzi ad una

concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al

biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina la differenza

ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri

viventi. In tal modo, si viene di fatto ad eliminare l’identità e il

ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica

della «dignità» di tutti gli esseri viventi. Si dà adito, così, ad un

nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare

dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la

salvezza per l’uomo. La Chiesa invita, invece, ad impostare la

questione in modo equilibrato, nel rispetto della «grammatica»

23

che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il

ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo

di cui non deve certo abusare, ma da cui non può nemmeno

abdicare. Infatti, anche la posizione contraria di

assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per

essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla

stessa dignità umana [30].

14. Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. La ricerca

della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà sarà

senz’altro facilitata dal comune riconoscimento del rapporto

inscindibile che esiste tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato.

Illuminati dalla divina Rivelazione e seguendo la Tradizione

della Chiesa, i cristiani offrono il proprio apporto. Essi

considerano il cosmo e le sue meraviglie alla luce dell’opera

creatrice del Padre e redentrice di Cristo, che, con la sua morte

e risurrezione, ha riconciliato con Dio «sia le cose che stanno

sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20). Il Cristo,

crocifisso e risorto, ha fatto dono all’umanità del suo Spirito

santificatore, che guida il cammino della storia, in attesa del

giorno in cui, con il ritorno glorioso del Signore, verranno

inaugurati «nuovi cieli e una terra nuova» (2 Pt 3,13), in cui

abiteranno per sempre la giustizia e la pace. Proteggere

l’ambiente naturale per costruire un mondo di pace è, pertanto,

dovere di ogni persona. Ecco una sfida urgente da affrontare

con rinnovato e corale impegno; ecco una provvidenziale

opportunità per consegnare alle nuove generazioni la

prospettiva di un futuro migliore per tutti. Ne siano consapevoli i

responsabili delle nazioni e quanti, ad ogni livello, hanno a

cuore le sorti dell’umanità: la salvaguardia del creato e la

realizzazione della pace sono realtà tra loro intimamente

connesse! Per questo, invito tutti i credenti ad elevare la loro

fervida preghiera a Dio, onnipotente Creatore e Padre

misericordioso, affinché nel cuore di ogni uomo e di ogni donna

risuoni, sia accolto e vissuto il pressante appello: Se vuoi

coltivare la pace, custodisci il creato.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2009cqua non è una merce ma un diritto universale

Venerdì 25 Febbraio 2011

Scritto da Administrator

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 L'acqua non è una merce ma un bene comune che appartiene a tutti e al quale corrisponde un diritto «universale e inalienabile». Per questo la sua gestione non può obbedire solo alle ragioni del mercato, né può essere affidata esclusivamente al settore privato: al contrario, ha bisogno di «un controllo democratico» e «partecipato», che «va promosso tramite una cittadinanza attiva, in un confronto serrato con le stesse istituzioni pubbliche». E’ quanto ha affermato – riferisce L’Osservatore Romano - il vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, aprendo ieri a Roma la giornata di studio sul tema «Dammi da bere» con un forte richiamo alla centralità della questione idrica per il futuro dell’umanità e per lo sviluppo integrale dei popoli. «Il diritto all’acqua — ha ricordato all’incontro promosso dall’associazione Greenaccord con il sostegno della provincia di Roma — promana dal diritto primario alla vita». Ne deriva che «l’acqua ha una tale rilevanza sociale per cui gli Stati non possono demandarne la gestione ai soli privati». A riprova del fallimento delle politiche di approvvigionamento e distribuzione dell’acqua ispirate a «un criterio esclusivamente economico e privatistico», il presule ha citato il caso di Paesi come la Colombia, le Filippine, il Ghana, le cui capitali sono sprovviste di un’adeguata rete idrica pubblica. In quelle città — ha fatto notare mons. Toso — il costo dell’acqua, fornita da privati con autobotti, è da tre a sei volte superiore a quello di metropoli come New York e Londra. «Si giunge al paradosso — ha denunciato — che i poveri pagano molto più dei ricchi per quello che dovrebbe essere un diritto universale: l’accesso ad acque potabili».

A ciò si aggiunge il conflitto, «drammatico e a volte persino violento», destinato a esplodere quando diverse popolazioni attingono per la loro sussistenza alle stesse risorse idriche. È il caso, per esempio, della regione del Nilo, dove i Paesi a monte sono costretti a tener conto delle necessità di quelli a valle nell’utilizzo e nell’amministrazione dell’acqua. «Secondo molte analisi strategiche — ha messo in guardia il vescovo — in futuro, dopo le guerre per il petrolio che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, assisteremo a nuove guerre per l’acqua». D’altra parte, lo stato di salute idrico del pianeta risulta già oggi allarmante. Le cifre fornite dal segretario di Giustizia e Pace sono eloquenti nella loro drammaticità. Un miliardo di persone non ha accesso ad acque potabili sicure. A causa dei cambiamenti climatici, a questo numero potrebbero aggiungersi entro il 2050 altri 2 miliardi e 800 milioni di individui. Secondo le previsioni, dal 5 al 25 per cento degli usi globali di acqua dolce probabilmente supererà nel lungo termine le forniture disponibili e perciò circa la metà della popolazione mondiale entro il 2025 sarà destinata a dover fronteggiare le conseguenze della scarsità di acqua.

Le ripercussioni di questa situazione sono evidenti soprattutto nei Paesi più poveri. Secondo il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente The greening of water law: managing freshwater resources for people and the environment (New York, 2010), circa 2,5 miliardi di persone nel mondo — quasi la metà della popolazione in via di sviluppo — vivono in condizioni sanitarie precarie. A causa di ciò, ogni anno circa 1,8 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per malattie diarroiche (come colera, tifo e dissenteria) attribuibili all'assenza di acqua potabile, oltre che dei servizi sanitari di base. In realtà — ha spiegato Toso — i poveri soffrono spesso non tanto per la scarsità di acqua in sé, quanto «per l’impossibilità economica di accedervi», come mette in luce anche il rapporto del 2006 del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) intitolato Beyond scarcity: Power, poverty and the global water crisis. Secondo l’impostazione «neoliberista» di molte politiche di gestione idrica, infatti, «l’acqua sarebbe un bene economico come altri, il cui valore di scambio o prezzo dovrebbe essere fissato secondo le comuni regole della domanda e dell’offerta, e in definitiva secondo la logica del profitto». Una teoria in base alla quale «il costo di tutto ciò che si usa deve essere a carico del consumatore, di colui che trae utilità dall'uso». Ma è chiaro che in questa prospettiva — ha evidenziato il vescovo — «persino i più poveri dovrebbero “pagare” per l'accesso ai cinquanta litri di acqua potabile considerati dall'Organizzazione mondiale della sanità la quantità giornaliera minima indispensabile per la sussistenza».

A questo proposito sono illuminanti le parole della Caritas in veritate: «Il diritto all'alimentazione, così come quello all'acqua — scrive Benedetto XVI — rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto, dal diritto primario alla vita. È necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l'alimentazione e l'accesso all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni». Lo stesso Compendio della dottrina sociale della Chiesa ricorda che «l'acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale», così da provvedere «al soddisfacimento del bisogno di tutti e soprattutto delle persone che vivono in povertà». Proprio a partire da queste indicazioni mons. Toso ha chiesto alla comunità mondiale un impegno nella gestione delle risorse idriche che vada al di là della semplice disponibilità alla cooperazione. A giudizio del presule, manca oggi a livello internazionale «l’affermazione preliminare dell’esistenza di un diritto fondamentale ed inalienabile all’acqua»; e sembra lontana, inoltre, «l’esistenza di una autorità politica che sappia mediare gli interessi in gioco e far rispettare il diritto nell’orizzonte del bene comune di tutti i popoli e le persone». Due carenze da colmare al più presto, anche perché il diritto all’acqua — ha ricordato — è «la base per il rispetto di diversi altri diritti fondamentali», quali il diritto a «godere di uno standard di salute migliore possibile», il diritto «a una alimentazione sufficiente e sana» e il diritto «a una vita dignitosa».

1.    ficativo dibattito o reazione dell'opinione pubblica (ecclesiale e non) è seguito alla scelta del governo italiano di tor¬nare all'energia nucleare. Eppure si tratta di un argomento di gran¬de rilevo non solo civile ma anche etico, come peraltro attestano recenti e autorevoli pronunciamenti del Magistero a proposito della questione ambientale. Il ricorso all'energia nucleare mette in¬fatti a rischio la solidarietà tra le generazioni (che pianeta conse¬gneremo alle generazioni future?) e la giustizia nei rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri (siamo consapevoli dei pesanti costi che l'estrazione dell'uranio comporta per questi ultimi?). L'Autore, vi¬cerettore del Seminario di Cremona, mette poi pertinentemente in relazione la problematica nucleare con il nostro paradigma so¬cio-economico ispirato all'iperconsumo e alla crescita senza limi¬ti, la cui insostenibilità è sotto gli occhi di tutti. Anche a proposito dell'energia ci sembra necessario, come afferma Benedetto XVI nella Caritas in veritate, ripensare a «un modello di sviluppo fonda¬to sulla centralità dell'essere umano, sulla promozione e condivi¬sione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani».

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4.    L'Italia sembra aver ripreso l'avventura dell' energia nucleare. La decisione coglie l'opinione pubblica nel torpore generale e invece meriterebbe qualche approfondimento. Dal punto di vista teologico-morale la scelta del nucleare è gravida di conseguenze etiche: perché allora questo assordante silenzio nella comunità cristiana? E cosa dire del dibattito civile in corso?1

5.    Queste riflessioni ad alta voce nascono per condividere un' analisi sulle questioni educative che il ritorno all'uranio comporta. L'insegnamento sociale della Chiesa offre spunti illuminanti.

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7.    L'ecologia umana

8.    La prima considerazione riguarda l'approccio che da credenti siamo chiamati ad avere sui temi ambientali. La visione cristiana è antropo¬centrica. Contesta ogni tentativo di collocare l'uomo sullo stesso piano delle altre specie animali: il racconto di Genesi (Gen 1-2) vede il momento culminante nella creazione dell'uomo a cui è affidata la custodia del creato. Al centro vi è la responsabilità per il mondo e per l'altro. Se cosi non fosse, perché toccherebbe proprio alla specie umana la responsabilità per il creato e non alle altre specie?

9.    La cura per l'ambiente esprime un modo di stare con l'altro. È gesto di profonda solidarietà. Per questo è giusto parlare di ecologia umana. Il degrado ambientale non è solo incuria verso la dimora dell’uomo, ma modella un tipo di convivenza tra gli uomini. Sfruttare indiscriminatamente, inquinare, accumulare rifiuti abbruttisce l'uo¬mo nel suo vivere con gli altri uomini, oltre che deturpare il volto della natura che san Francesco osava chiamare «sorella».

10.    Da qui una conclusione importante sul piano morale. Le scelte che intervengono a modificare o trasformare la natura prevedono un rap¬porto tra costi e benefici umani. Ciò implica l'attenzione a valutare le conseguenze che si generano. Si chiede di privilegiare decisioni corag-giose che garantiscano l'umanità sul lungo periodo, piuttosto che risposte a breve termine ma invasive per la convivenza umana. L'ambiente intrattiene un rapporto costitutivo con l'uomo che può esprimere la fraternità come modo di essere-al-mondo.

11.    Ogni intervento sull'ambiente mette in questione gli assetti di una società collocando l'uomo davanti ad un bivio: o la scelta per il bene comune o la preferenza per una visione parziale che nega l'altro e il postero. Il fratello e il futuro sono «le due effe» che verificano la responsabilità etica quando si affrontano temi ambientali.

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13.    Nucleare sì, nucleare no

14.    Davanti alla decisione di tornare ad investire nell' energia nucleare sorgono parecchie perplessità. Siamo di fronte in campo teologico¬-morale ad una scelta. Che fare? Tentare tutte le strade che la tecno¬logia offre per produrre energia, compresa la nucleare, oppure anda¬re nella direzione delle fonti energetiche alternative? Percorrere l'au¬tostrada del nucleare che sembra non comportare emissione di ani¬dride carbonica (CO2)2 e permette di localizzare in poche centrali una grande attività produttiva energetica oppure seguire il sentiero di affidarsi sussidiariamente alla responsabilità di molteplici cittadi¬ni per produzioni più modeste ma anche ecologicamente sostenibili? Pertanto, si rende necessaria un' attenta analisi delle conseguenze, decisiva quando si parla di questioni ambientali. Non è la stessa cosa mettersi in una carreggiata piuttosto che nell' altra. In gioco, come vedremo, non è solo una differente tecnologia ma una scelta educa¬tiva. Se è vero, come è vero, che la tecnica non è mai soltanto tecni¬ca, allora ogni decisione in merito non è esente da rischi. Qualsiasi scelta chiede attenta valutazione. Non fosse altro per il fatto che optare per una tecnologia significa anche mettere in campo un modello di convivenza civile.

15.    Il magistero della Chiesa negli ultimi anni ha fatto sentire la sua voce. Da una parte ha speso parole significative sulla questione ener¬getica: il Compendio della dottrina sociale (cap. X), 1'enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate (49), il messaggio per la Giornata mondiale della pace (l gennaio 2010): «Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato» ... Ha denunciato lo sfruttamento di risorse natu¬rali non rinnovabili senza una sufficiente solidarietà e condivisione con i Paesi più poveri. La torta delle risorse energetiche non è stata equamente distribuita, a tal punto che 1'accesso è stato vietato a Paesi che navigano nella miseria. Ha vinto la logica del più forte che si è arrogato il diritto di depredare il fabbisogno energetico di altri. Da qui la proposta di ridistribuire le risorse a livello planetario.

16.    Dall'altra parte, però, l'insegnamento sociale della Chiesa non dice molto sul nucleare. Uno dei rari interventi lo si trova nel Compendio ove, al n. 470, si auspica una solidarietà tra le generazioni con lo scopo di trovare nuove fonti energetiche, sviluppare quelle alternati¬ve ed «elevare i livelli di sicurezza dell'energia nucleare». Un po' poco per dirimere la questione. Tuttavia il testo evidenzia il tema della sicu¬rezza delle centrali, chiedendo una ricerca più approfondita in nome della tutela della vita umana. La frase certamente non consente con-clusioni definitive, ma porta nella giusta direzione: offrire garanzie migliori rispetto a quanto sinora si è stati in grado di promuovere. Insomma, vige ancora l'incertezza. Le tecnologie nucleari richiedono ulteriori approfondimenti.

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18.    La parola della Chiesa

19.    Così la Chiesa sul nucleare invita a salvaguardare la sicurezza. Niente di più? L'insegnamento sociale ecclesiale non si ferma qui. Offre spunti per ragionare di nucleare e per un discernimento evan¬gelico. Basti ricordare che le problematiche ambientali sono affron¬tate attraverso il «principio di precauzione». Afferma il Compendio al n. 469:  Le autorità chiamate a prendere decisioni per fronteggiare rischi sanitari ed ambientali talvolta si trovano di fronte a situazioni nelle quali i dati scienti¬fici disponibili sono contradditori oppure quantitativamente scarsi: può es¬sere opportuna allora una valutazione ispirata dal 'principio di precauzio¬ne', che non comporta una regola da applicare, bensì un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza. Esso manifesta l'esigenza di una decisione provvisoria e modificabile in base a nuove conoscenze che vengano even¬tualmente raggiunte. La decisione deve essere proporzionata rispetto a provvedimenti già in atto per altri rischi. Le politiche cautelative, basate sul principio di precauzione, richiedono che le decisioni siano basate su un confronto tra rischi e benefici ipotizzabili per ogni possibile scelta alterna¬tiva, ivi compresa la decisione di non intervenire. All'approccio precauzio¬nale è connessa l'esigenza di promuovere ogni sforzo per acquisire cono¬scenze più approfondite, pur nella consapevolezza che la scienza non può raggiungere rapidamente conclusioni circa 1'assenza di rischi. Le circostan-ze di incertezza e provvisorietà rendono particolarmente importante la tra¬sparenza nel processo decisionale.

20.    Dunque, in caso di incertezza occorre muoversi con cautela: questa è l'istanza sottesa al principio di precauzione. E si rende necessaria la trasparenza del percorso decisionale. Su questi due punti vale la pena andare a fondo.

21.   

22.    La trasparenza

23.    La Chiesa pone anzitutto una questione di metodo: la trasparenza nel processo decisionale sul nucleare diviene segno di un modo parteci¬pativo di vivere il sociale. Non è cosa di poco conto. Si oppone ad un modello sostitutivo che fa della delega il suo stile inconfondibile. Nel porre la questione ambientale dunque si è di fronte ad un bivio: pro¬muovere una cittadinanza attiva che si esprime, prevede tempi di discussione, di ascolto e di decisione oppure rifugiarsi in un'impo-nente opera di convincimento dopo decisioni calate dall' alto, senza alcuna condivisione. La propaganda affretta i tempi, ma non fa matu¬rare le persone. Non educa le coscienze. Per questo, un'eventuale carenza democratica rappresenterebbe un grave errore di metodo. Il percorso che intende coinvolgere i cittadini favorendone la parteci¬pazione non è facoltativa per una ricerca sincera del bene comune. Le questioni ambientali richiedono assoluta trasparenza: le mezze verità ne rivelano la mancanza. Il consenso sociale è la via alternativa ad un pragmatismo che tenta di scansare le do